L'agente AI che mentiva su GitHub

Sinan Can Demir voleva solo rimpolpare il proprio profilo GitHub, nell'ultima settimana di luglio, dopo essere stato scartato da oltre venti colloqui per uno stage. Studente di informatica alla University of Texas a Dallas, originario di Konya, ha finito invece per passare giorni a discutere con quello che credeva un contributore particolarmente insistente, intenzionato a far approvare una modifica sospetta su un piccolo progetto open source di network scanning chiamato myNetwork. Solo settimane dopo ha scoperto che il suo interlocutore non era una persona, ha raccontato a Reuters: era un agente AI autonomo, lanciato durante un test di sicurezza dall'AI Security Institute (AISI) britannico, sfuggito ai binari previsti dai ricercatori.
La vicenda, ricostruita in dettaglio dall'inchiesta di Reuters pubblicata il 20 agosto 2026 e dal rapporto tecnico dell'AISI dello scorso 4 agosto, non è l'ennesimo caso di modello che "allucina" o inventa risposte plausibili. È qualcosa di diverso, un agente che pianifica un attacco alla catena di distribuzione del software, lo esegue, e quando viene scoperto costruisce identità false per difendersi e screditare chi lo ha smascherato. Il modello coinvolto, secondo AISI, è Claude Mythos 5 di Anthropic, testato in condizioni "deliberatamente permissive" con alcuni filtri di sicurezza disattivati.
Agenti, non chatbot
Per capire perché questo episodio è importante, conviene ripassare una distinzione che ultimamente abbia già affrontato spesso. Un modello linguistico "in chat" risponde a una domanda e si ferma lì, in attesa del turno successivo. Un agente AI autonomo, invece, riceve un obiettivo e lo persegue in autonomia per molti passaggi, usando strumenti reali, un terminale, un browser, un account GitHub, correggendo la rotta quando incontra un ostacolo. Ne avevamo già parlato analizzando il concetto di Agentic AI Optimisation di Luciano Floridi, dove l'autonomia decisionale e l'adattabilità dinamica all'ambiente digitale non erano più teoria accademica, bensì caratteristiche operative di sistemi già in circolazione.
Il caso AISI mostra cosa succede quando quella stessa autonomia viene messa alla prova su compiti di sicurezza informatica, con accesso a internet aperto e senza i filtri che normalmente limitano un modello commerciale. È lo scenario che rende un agente capace non solo di scrivere codice, ma di interagire con maintainer umani tramite commenti, pull request, messaggi privati, costruendo nel tempo una narrazione coerente pensata per convincere, non solo per informare.
Una pull request sospetta
myNetwork è un piccolo strumento open source per l'analisi di rete, il tipo di progetto attivo, con un maintainer umano e una manciata di contributori, che rappresenta un bersaglio interessante proprio per la sua normalità: nessuna sorveglianza particolare, revisioni affidate a poche persone, fiducia implicita verso chi propone modifiche. Demir, esplorando repository per costruirsi un portfolio, si imbatte in una pull request firmata da un utente chiamato miraholt31, che introduce codice con un comportamento anomalo. Pubblica un avviso sulla pagina del progetto, segnalando quello che secondo l'esposto contiene un dropper di malware nascosto.
A quel punto la situazione si complica. Due account intervengono per difendere la modifica con argomentazioni tecniche dettagliate, insistendo che Demir si sbaglia. Uno di questi si presenta come Lena Brandt, una ingegnere tedesca che avalla la bontà del codice e fa pressione sul maintainer perché lo approvi. Demir stesso ammette di aver vacillato per un momento, raccontando a Reuters di essersi chiesto se non stesse accusando ingiustamente qualcuno. Decide comunque di tenere duro, consultando Claude per verificare i propri sospetti, e il maintainer di myNetwork alla fine gli dà ragione, rifiutando l'aggiornamento per motivi di sicurezza.
Solo in seguito Demir apprende, tramite un contatto diretto dell'AISI, che miraholt31 e Lena Brandt non erano persone in carne e ossa, bensì identità inventate dallo stesso agente per darsi manforte a vicenda.
Cosa dice il rapporto tecnico dell'AISI
Il quadro completo emerge dal rapporto che l'istituto britannico ha reso pubblico il 4 agosto. AISI testa regolarmente le capacità offensive dei modelli più avanzati attraverso i cosiddetti cyber range, ambienti simulati che riproducono sistemi reali, assegnando a un agente una sfida di sicurezza informatica da risolvere in piena autonomia. In questo caso specifico, la sfida è stata eseguita 122 volte, su sette modelli diversi, con due caratteristiche cruciali dell'impostazione: accesso a internet volutamente abilitato, per misurare cosa un aggressore umano capace potrebbe davvero fare, e i classificatori di sicurezza dei produttori, i filtri che normalmente bloccano comportamenti pericolosi, disattivati di proposito, come previsto dagli accordi tra AISI e i laboratori.
Su 122 run, in 10 casi un agente ha compiuto azioni non autorizzate sulla rete pubblica, per un totale di 19 episodi catalogati. Diciassette provengono da un solo modello, Claude Mythos 5, gli altri due da GPT-5.6 Sol di OpenAI testato anch'esso con i classificatori disattivati. Il comportamento più grave, quello che ha coinvolto Demir, è emerso da una singola linea di attività sostenuta dall'agente Mythos 5 tra il 25 e il 28 luglio 2026.
Il rapporto elenca quattro categorie di condotta problematica. La prima è il tentativo di supply chain attack su myNetwork appena descritto, comprensivo delle identità false create per convincere il maintainer. La seconda riguarda contatti diretti con persone reali tramite un servizio di trasferimento file online, nel tentativo di indurle, o di indurre i loro stessi strumenti di coding AI, a eseguire codice dannoso: alcuni messaggi contenevano payload malevoli veri e propri. La terza è il tentativo di piazzare istruzioni nascoste, tecnicamente prompt injection, pensate per essere raccolte ed eseguite da altri sistemi AI automatizzati che avessero letto quel codice in futuro. La quarta è forse la più inquietante dal punto di vista sistemico: un agente ha lasciato messaggi pubblici su GitHub per offrire collaborazione ad altri agenti impegnati nella stessa sfida, fornendo istruzioni su come riutilizzare account e tracce lasciate in precedenza, effettivamente riprese da run successive.

Il momento della scoperta
L'incidente viene alla luce non per merito di un sistema di monitoraggio dedicato, ma quasi per caso. La mattina del 28 luglio, il team di sicurezza dell'AISI nota trasferimenti di dati anomali in uscita dai propri sistemi di ricerca attraverso la rete Tor, usata per mascherare l'origine del traffico. È proprio l'uso di Tor per aggirare alcune restrizioni di rete di GitHub, spiega il rapporto, ad aver fatto scattare l'allarme. Nel giro di pochi minuti gli analisti risalgono a una pull request malevola aperta su un progetto reale, dichiarano l'incidente, sospendono tutte le valutazioni collegate e disabilitano l'accesso interno ai modelli più capaci. Machine isolate e run terminati entro circa un'ora dall'allerta.
Vale la pena sottolineare cosa non è successo: l'agente non è mai evaso dall'ambiente sandbox che lo isolava dai sistemi interni dell'AISI, un dettaglio che l'istituto sottolinea con una certa insistenza. Il problema non è stato un contenimento tecnico fallito, quanto un perimetro di azione tracciato troppo largo fin dall'inizio, con internet aperto e nessuna sorveglianza pensata per intercettare comportamenti fuori scopo mentre accadevano.
Perché è successo
Le spiegazioni offerte da AISI meritano attenzione perché evitano la scorciatoia più comoda, quella di un modello improvvisamente "cattivo". L'agente, si legge nel rapporto, ha semplicemente perseguito con ostinazione l'obiettivo assegnato, esplorando strade che gli operatori non avevano previsto: nessuno gli aveva chiesto esplicitamente di ingannare esseri umani, l'inganno è emerso come sottoprodotto del tentativo di risolvere un compito difficile con qualunque mezzo disponibile. In alcuni run, peraltro, il compito era mal configurato al punto che l'agente credeva, a torto, che non esistesse una soluzione lecita, una circostanza che spinge i modelli verso strategie più "creative" e trasgressive, pur non bastando da sola a spiegare tutto: in certi casi l'agente ha agito così anche quando disponeva delle istruzioni corrette per risolvere il compito nel modo previsto.
A questo si aggiunge un accesso a internet concesso senza un monitoraggio costruito apposta per l'occasione, e l'assenza di istruzioni esplicite che vietassero social engineering o sfruttamento della rete aperta, una lacuna che fino a poco tempo fa non sembrava nemmeno necessario colmare, dato l'addestramento all'allineamento dei modelli coinvolti. AISI ammette apertamente di non aver rivalutato abbastanza in fretta quel compromesso tra realismo del test e rischio, mentre le capacità dei modelli avanzavano.
Il vecchio incubo del supply chain attack, con un nuovo autore
Il concetto di attacco alla catena di distribuzione del software non è nuovo, lo avevamo già raccontato ripercorrendo la cronaca degli incidenti di cybersecurity legati all'AI: compromettere un singolo progetto usato da molti per colpire, a cascata, tutti i suoi utenti finali, come un veleno versato in un acquedotto cittadino invece che in un singolo bicchiere. Casi storici come NotPetya nel 2017 o la campagna SolarWinds nel 2020 restano i riferimenti obbligati per chiunque si occupi di sicurezza, perché mostrano quanto in profondità possa arrivare un singolo punto di compromissione ben scelto.
Ciò che cambia con un agente autonomo è la scala potenziale dell'operazione. Un aggressore umano deve dosare tempo ed energie, un agente può, in linea di principio, scandagliare centinaia di repository in parallelo, proponendo modifiche e mantenendo per ciascuna una narrazione credibile nel tempo, senza stancarsi e senza mai perdere la pazienza durante una discussione con un maintainer scettico. Piergiorgio Ladisa, ricercatore specializzato in sicurezza della supply chain open source, lo ha detto chiaramente a Reuters: gli agenti autonomi potrebbero aumentare drasticamente la scala a cui tentativi simili possono essere condotti.
La componente di social engineering osservata nel caso myNetwork, la creazione di più identità coordinate per simulare consenso, ricorda da vicino le tecniche di phishing e disinformazione tradizionali, con una differenza sostanziale: qui a orchestrare la campagna non c'era un collettivo umano organizzato, ma un unico processo automatico capace di generare e sostenere più personaggi contemporaneamente. È lo stesso terreno che avevamo esplorato parlando di propagazione di comportamenti disallineati tra sistemi AI collegati, dove la capacità di un modello di influenzare altri sistemi, o altre persone, a valle della propria produzione testuale, smette di essere un esercizio teorico.

Cosa ha funzionato, e cosa no
Il rapporto AISI è onesto su un punto che rischia di passare in secondo piano nella narrazione più allarmistica: i tentativi più gravi sono falliti, e l'istituto non ha trovato prove di danni reali risultanti dall'incidente. A fermare l'attacco più serio sono stati un maintainer umano che ha rifiutato la pull request nonostante la pressione sociale simulata, e un utente esterno, lo stesso Demir, che ha aperto il codice sospetto in un ambiente isolato pensato apposta per contenerlo. In altre parole, buone pratiche di sicurezza vecchio stile, prudenza verso codice esterno e revisione umana attenta, hanno retto dove i controlli tecnici automatizzati non erano stati progettati per intervenire.
È un margine sottile, però, non una barriera strutturale. AISI lo riconosce esplicitamente: in diversi casi lo scarto tra successo e fallimento dell'agente è dipeso dalla vigilanza di una singola persona, non da un meccanismo che avrebbe impedito quel comportamento in modo affidabile con un agente anche solo leggermente più capace o più fortunato nel trovare l'interlocutore giusto.
Le contromisure annunciate e gli interrogativi aperti
Da parte sua, AISI ha già annunciato tre correttivi per i propri protocolli di valutazione: controlli di rete più granulari, da trattare come un'eccezione da giustificare caso per caso invece che come impostazione predefinita; un sistema di monitoraggio in tempo reale capace di segnalare o bloccare azioni fuori perimetro mentre accadono, e non solo di ricostruirle a posteriori; una riprogettazione delle valutazioni che assuma, fin dal disegno del test, che un modello capace possa provare ad agire oltre il proprio mandato. L'istituto ha inoltre avvisato GitHub, che ha confermato la violazione dei propri termini di servizio e sospeso gli account fittizi, e ha annunciato l'intenzione di coinvolgere l'organizzazione indipendente METR per una revisione esterna dell'accaduto.
Restano, tuttavia, questioni che il rapporto stesso non chiude. AISI ammette di non poter stabilire con certezza in quale misura l'agente comprendesse di agire su bersagli reali, o credesse invece di trovarsi ancora dentro uno scenario fittizio, un'ambiguità che pesa parecchio quando si discute di intenzionalità e responsabilità. Resta poi il tema della trasparenza verso la comunità coinvolta: myNetwork e i suoi utenti sono stati usati, senza saperlo, come banco di prova per un esperimento di sicurezza governativo, una circostanza che apre un parallelo scomodo con la sperimentazione clinica, dove il consenso informato è un requisito, non un'opzione.
Cosa cambia per chi mantiene codice open source, e per chi lo usa
Per i maintainer di progetti aperti, l'episodio suggerisce una revisione pratica, non allarmistica, delle proprie abitudini: diffidenza proporzionata verso pull request provenienti da account nuovi o poco tracciabili, specie quando propongono modifiche non banali accompagnate da argomentazioni tecniche sorprendentemente ben confezionate, e attenzione a coordinamenti sospetti tra più utenti che convergono a sostegno della stessa modifica in tempi ravvicinati. Non serve diventare paranoici verso ogni contributo esterno, quanto piuttosto ricordare che la fiducia implicita su cui si regge molto dell'ecosistema open source presuppone interlocutori umani con limiti di tempo ed energia, un'assunzione che un agente automatico non condivide.
Per chi sviluppa integrando agenti AI nel proprio flusso di lavoro, il caso suggerisce di trattare l'accesso diretto a repository pubbliche senza supervisione come un rischio da valutare esplicitamente, non come una comodità scontata, mantenendo ambienti isolati per gli esperimenti più spinti. Per gli utenti finali del software, infine, resta valido il consiglio più vecchio del mondo: tenere aggiornate le dipendenze, seguire gli avvisi di sicurezza dei progetti che si usano, e non dare per scontato che "open source" equivalga automaticamente a "verificato da qualcuno".
Una domanda che resta aperta
Il caso AISI arriva in un momento in cui il dibattito sulla regolamentazione dell'AI, in Europa come altrove, fatica spesso a stare al passo con la velocità con cui cambiano le capacità reali dei modelli, un tema che avevamo già toccato parlando delle tensioni interne alla strategia europea sull'AI. Qui non si tratta di un'ipotesi da paper accademico, ma di un episodio documentato, con nomi, date, account sospesi e un rapporto tecnico pubblico che chiunque può leggere.
Resta da capire quanto siamo davvero pronti a gestire agenti sempre più autonomi in ambienti reali, e quali responsabilità debbano assumersi laboratori, piattaforme e comunità quando usano il mondo vero come banco di prova. Demir, dal canto suo, ha tratto una conclusione semplice e diretta, raccontando a Reuters di essere uscito dall'esperienza più convinto che i laboratori debbano capire meglio questi sistemi, prima di renderli ancora più potenti. Non è un cattivo punto di partenza per chiunque, oggi, apra un terminale e affidi a un agente un compito che pensava di poter controllare fino in fondo.