Token economy: così la Cina monetizza l'AI

Banche, operatori e governi locali usano i token AI come benefit, abbonamenti e criterio di credito, funziona, ma i rischi non mancano. E' quello che sta succedendo in Cina nell'estate del 2026. I token AI, le unità di calcolo con cui i modelli linguistici leggono e scrivono testo, stanno lasciando la console dello sviluppatore per infilarsi nella vita di tutti i giorni: nella carta di credito, nella bolletta del telefono, perfino nel conto di una gastronomia di quartiere.
Non stiamo parlando di una criptovaluta. Nessuno sta facendo mining di token su una blockchain, nessuno li scambia su un exchange. Sono, più semplicemente, unità di inferenza, il "carburante" che un modello consuma per generare una risposta, che banche e operatori telefonici hanno iniziato a impacchettare e vendere come fossero minuti di conversazione o giga di traffico dati. Tre casi, tutti documentati nell'estate 2026, raccontano bene la dimensione del fenomeno: una carta di credito co-firmata dal modello Kimi e dalla Agricultural Bank of China, piani telefonici di China Telecom tarati sui milioni di token mensili, e un prodotto di credito alle imprese, nel distretto di Haizhu a Guangzhou, che usa il consumo di token come garanzia al posto di macchinari o immobili. Secondo la ricostruzione di Rest of World, il fenomeno va oltre questi tre casi e coinvolge persino ristoranti e caffetterie, che regalano crediti di calcolo insieme al conto.
Cosa sono i token e perché diventano moneta
Per capire la portata della cosa, serve un passo indietro tecnico, minimo ma necessario. Un modello linguistico non legge parole, legge frammenti di testo chiamati token: possono essere una parola intera, una sillaba, un segno di punteggiatura. Ogni richiesta che l'utente invia e ogni risposta che il modello produce viene scomposta e ricomposta in questi frammenti, e il numero di token elaborati è, da sempre, l'unità con cui i fornitori di API fatturano l'uso dei loro modelli. Fino a poco tempo fa era un concetto che riguardava quasi esclusivamente chi scriveva codice, una riga in fondo a una fattura cloud, non qualcosa che un cliente bancario o un abbonato telefonico avrebbe mai visto scorrere sul proprio estratto conto.
In Cina questo sta cambiando rapidamente. Il consumo giornaliero di token nel paese è passato da circa 100 miliardi nei primi mesi del 2024 a stime che, secondo diverse fonti industriali riprese da Navion Lab, toccano i 500 trilioni a metà 2026, mentre China Telecom, in una comunicazione ufficiale ripresa da Xinhua, parla di un volume di chiamate token nazionale che avrebbe superato i 140 trilioni al giorno con una crescita di oltre mille volte in due anni. Le cifre non coincidono esattamente, segno che anche misurare la token economy è, al momento, un esercizio con margini di incertezza non piccoli, ma la direzione è la stessa per tutte le fonti: una crescita verticale, resa possibile dal crollo dei costi di inferenza dei modelli open source cinesi, che secondo diverse analisi di settore costano tra il 60 e il 90 per cento in meno rispetto agli equivalenti di OpenAI e Anthropic.
Qui però vale la pena di una nota critica, la stessa che un lettore attento farebbe leggendo l'etichetta di un piano dati senza sapere quanto pesa un video in streaming. Il valore di un token dipende dal modello che lo elabora, dalla lunghezza del contesto, dagli strumenti agentici coinvolti, dalle politiche di quota applicate dal fornitore. Dieci milioni di token su un modello leggero per compiti semplici non sono comparabili a dieci milioni di token su un modello di ragionamento esteso, così come dieci giga di traffico su una rete 4G non equivalgono a dieci giga su una rete satellitare. Confrontare le offerte solo in base al numero di token, senza specificare modello e condizioni, rischia di essere un esercizio di marketing più che di trasparenza per il consumatore.
Il caso Kimi: una carta di credito nativa per l'AI
Il 10 luglio 2026 sono aperte le richieste per una carta di credito co-firmata da Moonshot AI, l'azienda dietro il modello Kimi, dalla Agricultural Bank of China e da American Express, secondo quanto riportato dalla pagina ufficiale del centro assistenza Kimi e confermato da Unite.AI. La carta, disponibile solo nella Cina continentale, viene presentata come un prodotto "nativo per l'AI": superando determinate soglie di spesa, il titolare ottiene membership Kimi di livello crescente, con quote aggiuntive per funzioni agentiche e di coding, oltre a limiti promozionali riservati ai primi utenti che aderiscono.
Vale la pena inquadrare questo lancio in un contesto più ampio, perché Kimi non è il primo esperimento del genere. Già a giugno 2026 China Merchants Bank aveva lanciato una carta pensata per sviluppatori AI, con un bonus fino a 1,8 miliardi di token spendibili sui modelli di MiniMax, mentre Shanghai Pudong Development Bank aveva offerto sussidi fino a 3 miliardi di token per l'uso dei modelli Qwen di Alibaba, come ricostruito da Artiverse. La carta Kimi-ABC-Amex si inserisce quindi in una tendenza già avviata, distinguendosi per la scala dell'operazione e per il fatto di rivolgersi esplicitamente al pubblico consumer, non solo agli sviluppatori.
Ed è qui che vale la pena separare l'annuncio dalla sostanza. La carta non trasforma i token in punti fedeltà accumulabili e spendibili come farebbe un classico programma cashback: i benefit restano legati all'ecosistema Kimi, senza alcuna interoperabilità con altri modelli o piattaforme, un limite che diversi osservatori hanno sottolineato nelle proprie analisi pubblicate su LinkedIn, descrivendo l'operazione più come una mossa di marketing e acquisizione clienti che come una vera innovazione finanziaria. Altri commentatori, penso in particolare ad alcune analisi condivise da consulenti fintech su LinkedIn, leggono invece il prodotto come un segnale di un cambio più profondo nell'interfaccia con cui gli utenti cinesi accederanno ai servizi finanziari, sempre più mediata da agenti AI integrati nei flussi di pagamento piuttosto che da app tradizionali. Restano, in ogni caso, due letture legittime della stessa notizia, e probabilmente la verità sta nel mezzo: un prodotto che è insieme leva di marketing bancario e prova generale di un'integrazione più stretta tra finanza e assistenti AI.
Gli operatori telefonici vendono inferenza come fosse un piano dati
Se la carta Kimi punta sul consumatore facoltoso, la mossa degli operatori telefonici guarda a una platea molto più larga. Il 17 maggio 2026 China Telecom lancia una serie di pacchetti sperimentali, con piani consumer da 9,9, 29,9 e 49,9 yuan al mese per rispettivamente 10, 40 e 80 milioni di token, e piani per sviluppatori che partono da 39,9 yuan fino a 299,9 yuan, con quote maggiori e accesso a un ventaglio più ampio di modelli, secondo i comunicati ufficiali dell'operatore raccolti su chinatelecom.com.cn.
Dietro questi numeri c'è una strategia più articolata, quella che l'azienda chiama internamente "cíyuán jīngyíng", gestione operativa del token, illustrata dal presidente Ke Ruiwen in diversi interventi pubblici del 2026 e ripresa da testate di settore cinesi. L'idea è costruire una filiera completa che va dalla produzione dei token nei data center, attraverso la piattaforma Xīngchén TokenHub lanciata a fine aprile 2026, fino al loro confezionamento in prodotti finiti per aziende e privati, con oltre 140 modelli aggregati e la possibilità per l'utente di scegliere automaticamente il modello più conveniente per ogni richiesta. Non è un caso isolato: anche le filiali provinciali, come quella dello Jiangsu, hanno lanciato varianti locali della stessa piattaforma, promettendo di rendere il token "controllabile e gestibile come l'acqua o l'elettricità", secondo la formula usata in un comunicato ripreso da 10jqka. China Mobile e China Unicom si muovono in parallelo con piani analoghi, secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, tra cui quella di Pandaily.
I vantaggi di questo approccio sono evidenti, e vanno oltre la semplice comodità. Rendere l'accesso all'AI un costo fisso e prevedibile, come un piano dati, abbassa la barriera psicologica ed economica per chi non userebbe mai un'API da sviluppatore, e apre l'inferenza a segmenti di mercato, dalle piccole imprese ai professionisti autonomi, che finora ne restavano fuori. Gli analisti di Omdia, in un'analisi condivisa su LinkedIn, descrivono questa mossa come un'evoluzione naturale del ruolo degli operatori, che passano da fornitori di connettività a piattaforme di erogazione di intelligenza artificiale su scala.
Ma la stessa logica porta con sé rischi speculari a quelli delle offerte "tutto incluso" del mondo della telefonia mobile. Il prezzo per token varia enormemente a seconda del modello e del contesto d'uso, e un piano "flat" può nascondere limiti di velocità, esclusioni di modello o costi aggiuntivi non immediatamente evidenti al momento della sottoscrizione. C'è poi un rischio di dipendenza dall'ecosistema: una volta che un'azienda ha costruito i propri flussi di lavoro attorno a TokenHub o a piattaforme equivalenti, migrare verso un altro fornitore diventa costoso e complesso, un classico problema di lock-in che il mercato delle telecomunicazioni conosce bene fin dai tempi dei contratti a lungo termine sui telefoni cellulari.
Il Token Loan di Haizhu: quando l'uso dell'AI diventa garanzia
Il terzo caso è probabilmente il più radicale, e anche il più difficile da collocare in una categoria già nota. Il 14 agosto 2026 Bank of China, insieme a China CITIC Bank e Bank of Guangzhou, lancia nel distretto di Haizhu, a Guangzhou, quello che viene presentato come il primo prodotto finanziario del genere in tutta la provincia del Guangdong: il "BOC Computing Power Token Loan", conosciuto informalmente come Token Loan, secondo la ricostruzione di Startup Fortune e confermato dai comunicati del governo distrettuale di Haizhu.
Il meccanismo capovolge la logica classica del credito bancario. Invece di valutare un capannone, un macchinario o uno stock di magazzino da poter pignorare in caso di insolvenza, le banche coinvolte guardano al consumo mensile di token dell'azienda richiedente, al valore dei contratti di servizi di calcolo, ai crediti commerciali legati all'attività AI e ai log delle chiamate API. Il singolo mutuatario può ottenere una linea di credito fino a 30 milioni di yuan, circa 4,45 milioni di dollari, con una durata massima di tre anni, come riportato da MetaTalks. Nelle prime settimane di attività, cinque startup si sono già divise complessivamente 28 milioni di yuan di credito erogato.
Qui torna utile un riferimento pop, questa volta lontano dall'estetica cyberpunk: Kentucky Route Zero, il videogioco narrativo americano costruito quasi interamente attorno al tema del debito e delle infrastrutture invisibili che lo sostengono, racconta bene quanto possa essere sottile il confine tra innovazione finanziaria e nuova forma di dipendenza. Perché il Token Loan, letto con gli occhi di un analista di credito tradizionale, pone più di una domanda aperta. Le metriche restano sperimentali, e non è chiaro come si normalizzi il valore di un token generato su modelli diversi, né come si prevenga la tentazione di gonfiare artificialmente i consumi per ottenere condizioni di credito migliori, un rischio che un'inchiesta di Hello China Tech accosta esplicitamente alle dinamiche del vecchio modello di finanza locale basato sulla vendita di terreni, dove i governi distrettuali sussidiavano attività per generare metriche di crescita, e le banche prestavano contro quelle stesse metriche.
Detto questo, il segnale politico ed economico è forte, e non va sottovalutato. Riconoscere il consumo e la produzione di token come indicatore economico reale significa dare credito a un tipo di impresa, quella AI "light asset", con pochi beni fisici da offrire in garanzia ma un output digitale misurabile, che nel sistema bancario tradizionale fatica spesso a ottenere finanziamenti. È un esperimento territoriale, circoscritto per ora a un solo distretto, ma che si inserisce in una traiettoria più ampia di prestiti legati alla capacità di calcolo, i cosiddetti "suànlì dài", già sperimentati in altre forme negli anni precedenti.

Verso una token economy nazionale?
Messi in fila, questi tre casi non raccontano episodi isolati, ma i primi mattoni di qualcosa di più strutturale. Secondo Rest of World, il fenomeno si estende ben oltre banche e operatori: a Pechino, il ristorante di ravioli Jingu Yuan regala crediti di calcolo del valore di 10 yuan a ogni cliente che finisce il pasto, mentre in diverse città stanno emergendo piccoli mercati secondari informali in cui gli utenti si scambiano quote di token inutilizzate, un po' come accadeva anni fa con i minuti telefonici prepagati non consumati.
Dietro questa capillarità c'è una scelta politica precisa, quella di trattare l'intelligenza artificiale come infrastruttura nazionale al pari dell'energia o delle telecomunicazioni, con metriche di consumo che entrano progressivamente nelle politiche industriali e nei criteri di accesso al credito. È un modello che ha vantaggi evidenti in termini di velocità di adozione, la Cina sta distribuendo l'AI in settori tradizionali a una scala e con una rapidità che in altri contesti richiederebbe anni di regolamentazione preventiva, sperimentando dal vivo modelli di prezzo e di credito che altrove restano ancora sulla carta.
Ma la stessa velocità porta con sé rischi sistemici che meritano attenzione. La frammentazione è il primo: ogni piattaforma, dal TokenHub di China Telecom all'ecosistema Kimi, ha i propri token, non interoperabili tra loro, il che rende difficile per un utente o un'impresa confrontare davvero le offerte disponibili sul mercato. Il secondo è il rischio di sovrainvestimento e di bolle locali legate a metriche ancora giovani e poco standardizzate, esattamente il tipo di dinamica che analisti come quelli di Hello China Tech osservano con una certa cautela. Il terzo, forse il più sottile, è l'opacità per l'utente finale: comprendere davvero cosa significhino dieci, quaranta o ottanta milioni di token in termini di utilizzo pratico richiede una competenza tecnica che la maggior parte dei consumatori, in Cina come altrove, semplicemente non possiede.
Cosa può imparare l'Europa
Per un lettore italiano, la tentazione di chiedersi se un modello simile sia esportabile è comprensibile, ma va maneggiata con cura. Il mercato cinese si muove su una struttura molto più centralizzata, con banche e operatori in larga parte statali o semi-statali, capaci di coordinare lanci su scala nazionale in tempi rapidissimi. Il quadro europeo è l'opposto: frammentato per definizione, con ventisette mercati nazionali, un'attenzione normativa molto più stringente su privacy, concorrenza e trasparenza contrattuale, e un'industria dell'AI che, va detto onestamente, non dispone ancora di equivalenti locali dei grandi modelli cinesi a basso costo che rendono l'intera operazione economicamente sostenibile.
Alcuni elementi, però, restano osservabili e potenzialmente rilevanti anche da questa parte del mondo. Il bundling di funzionalità AI dentro prodotti già esistenti, piani mobile, carte di pagamento, abbonamenti software, è una tendenza che si vede già affacciarsi anche in Europa, seppure con numeri molto più contenuti. L'uso di metriche di consumo AI come segnale aggiuntivo, non sostitutivo, nella valutazione del credito a startup tecnologiche è un'idea che alcuni osservatori fintech europei, tra cui gli stessi analisti di Omdia, guardano con interesse cauto, a patto che sia accompagnata da standard di trasparenza chiari.
Ed è proprio sulla trasparenza che si gioca la partita normativa più interessante. Come va comunicato al consumatore cosa può fare davvero con un pacchetto di dieci milioni di token, in modo comparabile tra fornitori diversi? Come evitare che il bundling diventi un vettore di lock-in ancora più stringente di quello già visto con i pacchetti telefonici o le suite software? Che ruolo dovrebbero giocare le autorità di vigilanza, dalla BCE alle authority nazionali della concorrenza, in un mercato dove il "prezzo" di un servizio dipende da variabili tecniche che il regolatore stesso fatica a definire con precisione? Il dibattito europeo sull'AI Act, finora concentrato soprattutto su rischio e sicurezza dei sistemi, dovrà probabilmente allargarsi anche a questo tipo di domande, man mano che l'AI smette di essere un servizio in abbonamento generico e diventa, come in Cina, un bene misurato e venduto a consumo.
Token come sintomo, non come fine
Alla fine di questo giro tra carte di credito, piani telefonici e prestiti bancari, vale la pena tornare al punto di partenza. I token AI non stanno diventando una nuova moneta in senso proprio, non hanno le caratteristiche di un mezzo di scambio universale e interoperabile, restano legati agli ecosistemi che li emettono, proprio come i punti di un programma fedeltà non hanno mai davvero sostituito il denaro. Quello che stanno diventando, però, è qualcosa di comunque significativo: una nuova unità di consumo percepibile dal pubblico, e un segnale economico che banche, governi locali e operatori considerano abbastanza affidabile da costruirci sopra prodotti finanziari reali.
La Cina, in questo momento, sta facendo quello che ha già fatto con l'e-commerce e con i pagamenti mobili un decennio fa: sperimentare su scala reale, con tutti i rischi che questo comporta, invece di aspettare un quadro regolatorio perfetto prima di muoversi. Resta aperta, e probabilmente lo resterà ancora per un po', la domanda di fondo che chiude questo articolo: questi esperimenti rappresentano l'anticipazione di come tutti, prima o poi, pagheremo e valuteremo l'accesso all'intelligenza artificiale, oppure sono una fase transitoria destinata a essere riassorbita da forme di pricing e di regolazione più mature, una volta che il mercato avrà smesso di correre così in fretta da non potersi voltare indietro?
Nota: i tassi di cambio e le cifre in yuan riportate nell'articolo sono quelle indicate dalle fonti citate al momento della pubblicazione delle rispettive notizie, e possono aver subito variazioni.