Corsi cancellati a favore dell'AI: la Cina riscrive l'università

C'è una scena, raccontata dal South China Morning Post, che vale più di mille statistiche: un neolaureato in design industriale spiega che il suo corso è stato sospeso perché l'intelligenza artificiale ha colpito duramente proprio quel settore, dove modellazione e rendering possono ormai essere svolti, in buona parte o del tutto, da un algoritmo. Non è un caso isolato ma il sintomo di una trasformazione che ha attraversato l'intero sistema universitario cinese, in una manciata di anni e con una determinazione che in Occidente non ha equivalenti.
Tra il 2021 e il 2025 le università cinesi hanno cancellato o sospeso 12.200 corsi di laurea triennale, sostituendoli con 10.200 nuovi percorsi. Più del 30 per cento dell'intera offerta formativa nazionale è stato toccato da questa riscrittura, secondo i dati del Ministero dell'Istruzione ripresi dall'agenzia Xinhua. Per avere un metro di paragone: è come se l'Italia, in meno di un lustro, avesse smontato un terzo dei propri corsi di laurea e li avesse ricostruiti da zero attorno a poche priorità tecnologiche stabilite a tavolino. Solo nel 2024, secondo quanto dichiarato dal viceministro dell'Istruzione Wu Yan in una conferenza stampa che lui stesso ha definito senza precedenti, sono stati rimossi 1.670 corsi giudicati incompatibili con lo sviluppo economico e sociale del paese, mentre ne sono stati introdotti 1.673 ritenuti urgenti per le strategie nazionali. Tra le new entry più rappresentative ci sono i programmi in equipaggiamento marittimo intelligente e in scienza dei materiali intelligenti, pensati per sostenere l'upgrade industriale della regione del Guangdong. Nove università hanno inoltre lanciato corsi dedicati alla cosiddetta "intelligenza integrata", l'arte di far convivere l'AI di ultima generazione con l'economia reale, quella fatta di fabbriche, magazzini e catene di montaggio.
Il numero, da solo, dice già molto. Ma è il movente a rendere la vicenda più interessante di una semplice riforma scolastica.
Cosa muore, cosa nasce
A pagare il prezzo più alto di questa cura dimagrante sono state le arti, le discipline umanistiche, le lingue straniere e la gestione aziendale, settori che Pechino considera ormai saturi o disallineati rispetto alla direzione che l'economia ha preso. Al loro posto sono arrivati corsi di intelligenza artificiale, robotica, semiconduttori e manifattura avanzata, le quattro stelle polari attorno a cui il governo vuole far ruotare il capitale umano del paese nei prossimi decenni.
Il caso del design industriale non è un'eccezione decorativa. È quasi un manifesto involontario di come la riforma ragioni: non si elimina un corso perché nessuno lo scelga più, ma perché la tecnologia ha eroso il valore di mercato delle competenze che insegnava. È una logica spietatamente pragmatica, che guarda al diploma come a uno strumento di collocamento prima ancora che come a un percorso di formazione della persona, e che per questo motivo solleva la prima, inevitabile domanda: chi decide che cosa serve davvero al futuro?
La logica di Pechino
La risposta cinese è semplice quanto radicale: lo decide lo Stato, sulla base di una pianificazione che intreccia dati economici, priorità geopolitiche e una lettura piuttosto cupa del mercato del lavoro. La riforma, infatti, non nasce da un entusiasmo improvviso per i chatbot ma da una crisi occupazionale giovanile che definire seria sarebbe un eufemismo: oltre il 16 per cento dei giovani cinesi è disoccupato, e quest'estate si laureeranno 12,7 milioni di studenti, il 4 per cento in più rispetto all'anno precedente. Il vecchio patto sociale, laurea oggi e lavoro stabile domani, si è incrinato, e in Cina lo sanno tutti, compresi gli studenti che si iscrivono ai nuovi corsi sapendo già di competere in un mercato instabile.
Pechino ha affiancato ai tagli una campagna di riqualificazione su scala industriale: il Ministero delle Risorse Umane si è impegnato a fornire competenze in intelligenza artificiale e nel settore dei veicoli elettrici a un milione di giovani, mentre alcune città hanno sperimentato programmi che alternano un anno di studio a un anno di tirocinio, una sorta di apprendistato statale per evitare che la transizione tra aula e fabbrica si trasformi in un buco nero. Il filo conduttore di tutta l'operazione è la convinzione, profondamente radicata nella cultura politica cinese, che lo sviluppo economico non vada semplicemente accompagnato ma anticipato, con una pianificazione che può essere anche rigida, se necessario. Il futuro, in Cina, non si aspetta: si progetta, con largo anticipo e poca tolleranza per l'incertezza.
Questa fiducia nella programmazione dall'alto è anche il punto in cui la riforma rivela la sua scommessa più grande. Mentre in Europa e negli Stati Uniti il dibattito sull'intelligenza artificiale ruota ancora attorno a domande aperte su cosa sia e su come cambierà il lavoro di domani, la Cina si pone una domanda diversa e più operativa: come costruire oggi le competenze che serviranno domani, prima che diventino indispensabili? È una differenza di postura, non solo di velocità, ed è anche la ragione per cui l'esperimento cinese merita attenzione anche da chi non condivide il modello che lo ispira.
Chi dice che è un errore
Non tutti, in Cina, sono convinti che sostituire un corso con un altro risolva il problema di fondo. Chu Zhaohui, ricercatore senior dell'Istituto Nazionale di Scienze dell'Educazione di Pechino, ha fatto notare che molti dei programmi appena eliminati erano stati creati solo pochi anni prima, durante una fase precedente della stessa riforma, e che quindi non hanno avuto il tempo materiale per maturare. Più che continuare a rimpiazzare una specializzazione con un'altra, secondo Chu le università dovrebbero offrire agli studenti una libertà maggiore di costruirsi un profilo trasversale, scegliendo i corsi in base a interessi personali, talenti specifici e prospettive di carriera, invece di costringerli a scommettere tutto su una competenza che potrebbe risultare già superata al momento dell'ingresso nel mercato del lavoro. È una critica interna al sistema, non un rifiuto della logica di fondo: Chu non dice che pianificare sia sbagliato, dice che pianificare in modo troppo rigido rischia di produrre lo stesso problema che si voleva risolvere, semplicemente spostato qualche anno più in là.
C'è poi una critica di natura più filosofica, che arriva da osservatori internazionali e che riguarda il cuore stesso della scelta di ridimensionare le discipline umanistiche. Tagliare filosofia, lettere, scienze sociali nel momento esatto in cui l'intelligenza artificiale pone questioni etiche sempre più complesse, dai bias incorporati negli algoritmi ai dilemmi sull'uso militare di sistemi autonomi, significa rischiare di creare quelli che alcuni analisti definiscono punti ciechi etici: una generazione di ingegneri capaci di costruire sistemi sofisticatissimi ma meno equipaggiata per interrogarsi sulle conseguenze morali di ciò che costruisce. È un po' come addestrare un'intera leva di piloti straordinari senza insegnare loro nulla sulle regole del traffico aereo: la competenza tecnica c'è, la cornice di responsabilità rischia di restare indietro.
Anche dentro le università più prestigiose, intanto, si avverte una tensione simile. A Fudan, a Shanghai, le scienze sociali si stanno progressivamente restringendo mentre l'ateneo lancia in parallelo un curriculum chiamato "AI-BEST", pensato per permeare di intelligenza artificiale ogni facoltà, dalla medicina alla giurisprudenza. È la rappresentazione plastica di un sistema che corre in due direzioni opposte nello stesso momento: da un lato riduce lo spazio per le discipline che insegnano a interrogarsi sul senso delle cose, dall'altro espande a macchia d'olio la tecnologia che quelle stesse domande renderebbe più urgenti, non meno.

La generazione di mezzo
A vivere questa contraddizione sulla propria pelle sono soprattutto gli studenti, e online il malumore non manca. C'è chi si chiede, con un misto di rassegnazione e ironia, che senso abbia passare anni sui libri per poi ritrovarsi comunque in fabbrica a costruire automobili elettriche, magari con una laurea in tasca che recita "intelligenza integrata" ma con un destino lavorativo non troppo diverso da quello di chi un diploma non l'ha mai preso. È la cifra di una tensione più ampia tra formazione specialistica e libertà di scelta del proprio percorso: se lo Stato decide oggi cosa servirà domani, allo studente resta poco margine per sbagliare, sperimentare, cambiare idea a metà del cammino, lussi che in altri sistemi universitari sono considerati parte integrante della crescita personale.
C'è poi un'inquietudine più sottile, che riguarda la velocità stessa del cambiamento. Se l'intelligenza artificiale progredisce a un ritmo che nessuno, nemmeno i suoi creatori, riesce davvero a prevedere con certezza, che garanzia c'è che le competenze considerate strategiche oggi lo saranno ancora quando gli studenti del 2026 si laureeranno? La sfida, in altre parole, non è soltanto scegliere le materie giuste ma costruire un sistema capace di adattarsi più in fretta di quanto la tecnologia stessa riesca a stupire chi la studia. È un po' il dilemma di Memento, il film di Christopher Nolan in cui il protagonista deve ricostruire ogni giorno da capo la propria identità perché la memoria gli si dissolve nel giro di poche ore: l'università cinese sembra costretta a riscrivere ogni anno la mappa del futuro, sapendo che la mappa stessa rischia di essere già vecchia nel momento in cui viene disegnata.
Due modelli, due Paesi
Il contrasto con l'approccio occidentale, a questo punto, emerge con nitidezza. In Cina l'intelligenza artificiale non è percepita come una minaccia all'integrità accademica da contenere, ma come una competenza strategica da sviluppare il più rapidamente possibile, e i numeri lo confermano: secondo un'indagine del Mycos Institute citata da diverse testate, solo l'1 per cento di studenti e docenti cinesi non usa strumenti di intelligenza artificiale, mentre quasi il 60 per cento li impiega regolarmente, più volte a settimana o ogni giorno. Atenei come Zhejiang hanno reso obbligatorio dal 2024 un corso di alfabetizzazione sull'AI per tutti gli studenti, indipendentemente dalla facoltà, mentre Tsinghua ha creato un intero collegio dedicato all'educazione generale che intreccia intelligenza artificiale e scienze umane. Fino a due anni fa molti studenti cinesi dovevano aggirare i blocchi di rete acquistando versioni pirata di ChatGPT: oggi sono i professori stessi a invitarli a usare questi strumenti con consapevolezza, e le università installano versioni premium di DeepSeek accessibili con la tessera dello studente.
In Europa e negli Stati Uniti, al contrario, il dibattito resta più frammentato e cauto, oscillando tra l'introduzione timida di moduli opzionali e la preoccupazione, spesso legittima, che l'intelligenza artificiale generativa possa erodere il pensiero critico o facilitare forme sofisticate di plagio. Non è un caso che, mentre il MIT e Stanford aggiungono corsi facoltativi sull'AI, il governo cinese imponga linee guida nazionali con l'obiettivo dichiarato di sviluppare pensiero critico, competenze digitali e abilità pratiche in ogni studente, dalle scuole primarie all'università. È una differenza che racconta due culture della tecnologia prima ancora che due sistemi educativi: una che tratta l'incertezza come un rischio da gestire con cautela, l'altra che la tratta come un terreno da occupare prima che lo faccia qualcun altro.
Naturalmente, anche il modello cinese ha le sue crepe. L'espansione dei corsi di intelligenza artificiale non è stata accompagnata, in molte università, da un proporzionale aumento di docenti qualificati, fondi di ricerca e infrastrutture di laboratorio, il che significa che la qualità dell'insegnamento rischia di non tenere il passo con l'entusiasmo delle iscrizioni. E se da un lato la Cina produce alcuni dei paper più citati al mondo in ambito AI, dall'altro la capacità di trasformare quella ricerca accademica in prodotti competitivi a livello globale resta un terreno ancora da consolidare. La rapidità della riforma, insomma, non garantisce automaticamente la sua qualità.
La domanda che resta aperta
C'è una contraddizione di fondo che attraversa tutta l'operazione cinese, ed è la stessa che fa storcere il naso a molti osservatori internazionali: si stanno formando specialisti tecnologici proprio mentre quella stessa tecnologia mette a rischio buona parte del mercato del lavoro che dovrebbe poi assorbirli. In Europa, secondo una stima del Consumer's Forum, un posto di lavoro su quattro rischia la sostituzione da parte dell'intelligenza artificiale nei prossimi anni: se la previsione fosse anche solo parzialmente corretta, formare oggi un'intera generazione di tecnici specializzati in AI significherebbe prepararli a competere in un mercato che l'AI stessa avrà reso più povero di posizioni disponibili. È una specie di paradosso alla Philip K. Dick, in cui lo strumento pensato per garantire il futuro è anche quello che più lo rende instabile.
Resta da capire se la differenza più profonda tra Pechino e l'Occidente non sia tanto la velocità di reazione, quanto l'idea stessa di università che ciascun modello porta con sé. Se un ateneo deve essere innanzitutto una macchina che produce lavoratori funzionali alle priorità nazionali, allora la logica cinese, per quanto spietata, ha una sua coerenza interna: meglio decidere dall'alto, con dati e pianificazione, piuttosto che lasciare milioni di giovani a navigare da soli un mercato impazzito. Ma se l'università ha anche il compito di formare cittadini capaci di pensiero critico, di dubbio, di una cultura che non si misura solo in termini di spendibilità immediata, allora cancellare filosofia, lingue e arte nel nome dell'efficienza rischia di essere una scorciatoia pericolosa, una sorta di rasoio di Ockham applicato alla conoscenza che taglia via tutto ciò che non produce un ritorno immediato.
Non è un caso che in Italia, mentre si discute ancora se limitare l'uso degli smartphone in classe, e mentre l'Europa fatica a trovare una voce comune sull'intelligenza artificiale, la domanda che la riforma cinese pone resti scomodamente valida anche da queste parti: chi ha davvero il diritto di decidere quali competenze valgono la pena di essere insegnate? Lo Stato che pianifica, il mercato che seleziona, o l'intelligenza artificiale stessa, che con la sua sola esistenza ha già reso obsoleti mestieri che fino a ieri sembravano al sicuro? Pechino ha scelto una risposta netta. Il resto del mondo, per ora, sta ancora decidendo se quella risposta sia da temere, da studiare, o da copiare in parte.