Non nel mio cortile: l'America che si ribella ai data center dell'AI

Tutto comincia su Facebook. Nell'autunno del 2025, in un gruppo locale di Springfield, Illinois, un post annuncia la costruzione di un nuovo data center di CyrusOne alla periferia della città. In poche ore, 145 commenti si accumulano, un numero straordinario per una bacheca abituata a cani smarriti e vendite di garage. I residenti chiedono dell'acqua. Si preoccupano per le bollette. Qualcuno cita dati sul consumo energetico con la precisione di chi ha passato la notte a documentarsi.
È una scena che si replica dalla Virginia al Michigan, dalla Georgia a New York. L'intelligenza artificiale, quell'entità immateriale che sembra vivere nel cloud, improvvisamente ha un indirizzo, un numero civico, e i vicini non sembrano entusiasti. Come abbiamo raccontato analizzando la sete dei data center, il problema non è nuovo. Ma nel 2025 è diventato politico, mescolando alleanze impossibili e creando coalizioni che nessun analista aveva previsto.
I numeri che bruciano
Prima di entrare nell'arena politica, vale la pena fermarsi sui dati, perché sono quelli che hanno acceso la miccia. Secondo l'International Energy Agency, un tipico data center dedicato all'AI consuma tanta elettricità quanta ne usano 100.000 famiglie americane. L'Environmental and Energy Study Institute stima che i grandi impianti possano arrivare a consumare fino a cinque milioni di galloni d'acqua al giorno, impiegata per raffreddare i rack di server che altrimenti si fonderebbero su sé stessi, esattamente come spieghiamo nell'articolo sulla geografia dell'acqua e l'AI.
A rendere il problema ancora più acuto è la geografia delle scelte. I data center vengono costruiti prevalentemente in aree rurali, dove i terreni costano meno e le resistenze politiche, fino a poco tempo fa, erano quasi nulle. Queste sono spesso le stesse zone che già soffrono di stress idrico, dove i pozzi d'acqua sono la norma e dove un mega-impianto industriale cambia radicalmente l'equilibrio delle risorse locali. Secondo uno studio del Lincoln Institute of Land Policy, circa due terzi dei nuovi siti USA per data center si trova in aree già soggette a pressione sulle risorse idriche.
E poi ci sono i generatori diesel, il dettaglio che trasforma un problema ambientale astratto in una questione di salute pubblica concreta. I data center vengono dotati di backup su diesel per garantire continuità in caso di blackout. Questi generatori emettono particolato fine e ossidi di azoto, inquinanti associati all'asma e alle malattie respiratorie. In comunità rurali dove i sistemi sanitari sono già fragili, l'impatto è tutt'altro che trascurabile. Come ha raccontato CBS News Chicago, il Consiglio Comunale di Naperville ha bocciato un data center proposto dopo mesi di opposizione dei residenti, preoccupati esattamente per questo insieme di fattori, acqua, salute, bollette.
Perché anche le bollette entrano nell'equazione. I costi per il potenziamento delle reti elettriche necessarie ad alimentare questi impianti finiscono spesso trasferiti alle utenze locali, non agli investitori. In alcune aree del paese si parla di aumenti tra il 20 e il 50 per cento nelle bollette residenziali, secondo analisi locali e le testimonianze raccolte da Heatmap News nella sua ricerca sui progetti cancellati.
Venticinque no in un anno
L'erosione del consenso locale ha iniziato a tradursi in azione concreta con una velocità che ha sorpreso anche gli osservatori più attenti. Secondo la ricerca condotta da Heatmap Pro, la più sistematica disponibile al momento, basata su documenti pubblici e interviste con le contee di tutto il paese, nel 2025 sono stati cancellati almeno 25 progetti di data center a seguito di opposizione locale. Quattro volte di più rispetto al 2024, quando le cancellazioni erano state sei. Nel 2023, erano appena due.
Tradotto in megawatt, quei 25 progetti rappresentano circa 4,7 gigawatt di domanda elettrica che non verrà soddisfatta, una quota significativa rispetto alla capacità totale prevista per i prossimi anni. E la cifra è destinata a crescere: almeno 99 progetti in tutto il paese sono attualmente contestati da attivisti o residenti, su un totale di circa 770 data center pianificati. Secondo le stime di Heatmap, circa il 40 per cento dei progetti che affrontano opposizione sostenuta viene alla fine abbandonato.
Tra maggio 2024 e marzo 2025, secondo il Data Center Watch, sono stati bloccati o ritardati progetti per un valore complessivo di 64 miliardi di dollari. Solo nel Michigan, almeno 19 comunità hanno proposto o già implementato divieti di costruzione. In tutto questo, l'investimento complessivo previsto per l'infrastruttura AI nel 2026, tra data center, centrali elettriche e potenziamento delle reti, supera i 500 miliardi di dollari, secondo le stime di Goldman Sachs. È un'onda d'urto finanziaria che si scontra con un muro di resistenza civica inaspettato.
Rosso contro Rosso, Blu contro Blu
Il dato politicamente più interessante, e per certi versi più interessante, di tutta questa vicenda è che il gioco non segue le linee del colore politico. O meglio: le attraversa tutte, creando cortocircuiti ideologici che rendono difficile qualsiasi previsione sul futuro regolatorio.
Bernie Sanders, il senatore del Vermont che incarna la sinistra progressista americana, ha proposto nel febbraio 2026 una moratoria federale sui data center, denunciando apertamente i costi ambientali e sociali dell'infrastruttura AI. Ma accanto a lui, in questo fronte critico, si trovano senatori repubblicani come Josh Hawley, il Missouri conservatore che unisce populismo economico e scetticismo verso il potere concentrato delle big tech. Nei parlamenti statali, come documenta l'American Enterprise Institute, negli ultimi mesi hanno presentato proposte di legge per bloccare o rallentare i data center legislatori di Georgia, New York, Oklahoma, Virginia e Maryland, con maggioranze trasversali che avrebbero fatto tremare qualsiasi consulente di comunicazione politica solo tre anni fa.
Il nodo geopolitico rende tutto più complicato. Donald Trump ha fatto dell'AI il simbolo della supremazia tecnologica americana sulla Cina, e qualsiasi limite alla costruzione di data center viene percepito dalla sua amministrazione come un regalo a Pechino. Il progetto Stargate da 500 miliardi di dollari, annunciato da OpenAI, Microsoft e SoftBank, è esattamente il tipo di infrastruttura che la Casa Bianca vuole accelerare. Ma gli strateghi più accorti del Partito Repubblicano hanno già notato il problema: in diversi collegi elettorali rurali della Virginia e della Georgia, candidati esplicitamente anti-data center hanno vinto alle elezioni statali del 2025. Con i midterm del 2026 all'orizzonte, il calcolo politico sta diventando molto meno lineare di quanto sembri dai comunicati stampa della Silicon Valley.
Come notano gli analisti dell'AEI, la paradossale difficoltà delle proposte di moratoria è che sono strumenti troppo grossolani per un problema molto preciso. La maggior parte dei disegni di legge usa soglie di potenza così basse che finirebbero per bloccare anche operatori di co-location regionali, centri di ricerca universitari e agenzie governative, ben lontani dagli hyperscaler di Google, Amazon e Microsoft che sono il vero bersaglio della protesta popolare.
Chi paga il conto
C'è un precedente che molti residenti americani citano quando si parla di grandi investimenti industriali che promettono lavoro locale: il caso Foxconn. Nel 2017 il Wisconsin garantì all'azienda taiwanese 4 miliardi di dollari in incentivi fiscali per un impianto che avrebbe dovuto creare 13.000 posti. Ne arrivarono qualche centinaia. Il costo per ogni posto effettivo superò i 200.000 dollari pubblici. Questo fantasma aleggia sulle promesse occupazionali dei data center, impianti ad altissima automazione che richiedono relativamente poco personale rispetto all'energia che consumano.
Ad Aurora, Illinois, quattro data center operativi e cinque in costruzione, la città ha imposto una moratoria di 180 giorni per studiare regole più stringenti. La direttrice della sostenibilità Alison Lindburg ha spiegato a CBS News il problema di partenza: le norme urbanistiche non distinguevano tra un magazzino e un data center. Aurora sta ora introducendo requisiti vincolanti su rumore, acqua ed energia, con monitoraggio continuo. Peter Freed, ex direttore della strategia energetica di Meta, ha detto chiaramente a Heatmap che "l'accessibilità è il primo, il secondo e il terzo problema" che i developer si sentono sollevare. Microsoft e Amazon hanno assunto impegni pubblici su energia pulita. Ma lo scetticismo verso guardrail auto-imposti da aziende con capitalizzazioni da trilioni di dollari è, diciamolo, comprensibile.
Le voci che nessuno ascolta
Sarebbe comodo ridurre la protesta a pura sindrome NIMBY (Not In My Backyard), il classico "non nel mio cortile" che blocca qualunque infrastruttura. Ma le voci che emergono dal reportage del Time e dalle inchieste NPR suggeriscono qualcosa di più stratificato. I leader religiosi di comunità rurali, evangelici del Sud, cattolici del Midwest, leader nativi americani del Sudovest, parlano di "colonialismo digitale": la terra estratta, l'acqua consumata, le comunità trasformate in infrastruttura di servizio per un'economia digitale i cui benefici si accumulano altrove. È un frame narrativo che risuona in comunità già segnate da decenni di deindustrializzazione.
C'è poi la dimensione etica più ampia. John Palowitch, ricercatore di Google DeepMind che nel 2024 ha visto il suo intero team riassegnato a lavorare su Gemini, ha raccontato al Time come le direttive interne spingessero a incoraggiare gli utenti a usare l'AI per decisioni sempre più quotidiane, cosa cucinare, quale smartphone comprare, come interpretare le notizie. La sua preoccupazione non è la sorveglianza in senso classico, ma qualcosa di più sottile: "Se diventiamo troppo dipendenti da questi strumenti, non ci sarà modo di liberarsi dai grandi monopoli che li ospitano."
Un timore che diventa ancora più concreto alla luce di una ricerca Pew Research Center di dicembre 2025, che documenta come il 64% degli adolescenti americani abbia già usato un chatbot AI e quasi uno su tre lo faccia ogni giorno.
L'Europa guarda, e a volte fa
Mentre gli Stati Uniti faticano a trovare un quadro regolatorio coerente, l'Europa ha già iniziato a muoversi, con risultati misti. I Paesi Bassi hanno imposto una moratoria sui nuovi data center nell'area metropolitana di Amsterdam già nel 2022, quando la concentrazione di impianti aveva messo sotto pressione la rete elettrica e il sistema idrico locale. La Germania ha puntato su requisiti obbligatori di efficienza energetica e integrazione con reti di teleriscaldamento urbano, trasformando in parte il problema in risorsa. L'AI Act europeo, entrato pienamente in vigore nel 2025, non affronta direttamente la questione infrastrutturale, ma la direttiva sull'efficienza energetica aggiornata nel 2024 impone obblighi di rendicontazione su consumo d'acqua ed energia ben oltre quanto previsto dalla normativa americana.
Il punto non è che l'Europa abbia risolto il problema. Ma ha iniziato a costruire un lessico regolatorio comune. Come ha notato l'AEI, le moratorie proposte negli stati americani sono strumenti grezzi e indiscriminati: non rispondono alle domande reali su chi paga la rete, come si regola il consumo idrico, quali standard ambientali si applicano. Senza quelle risposte, il gioco rischia di bloccare l'infrastruttura senza costruire nulla di alternativo.
Infrastruttura o destino?
Nel suo saggio The Stack: On Software and Sovereignty (MIT Press, 2016), il teorico Benjamin Bratton leggeva già le infrastrutture computazionali come una megastruttura accidentale che ridisegna la geopolitica tanto quanto le autostrade o le ferrovie. I data center sono il piano più basso di questa architettura: invisibili, essenziali, e ora improvvisamente molto visibili.
La domanda che emerge dal tumulto politico americano del 2025-2026 non è se costruire data center, l'infrastruttura AI è ormai considerata strategica tanto quanto le autostrade o le ferrovie nel dopoguerra. La domanda è chi decide dove, come, a spese di chi e con quale impatto. Il modello attuale, costruisci veloce, paga incentivi, prometti lavoro, lascia i costi ambientali alla comunità, ha chiaramente esaurito il suo credito politico.
Esistono alternative tecniche che possono cambiare la traiettoria: l'edge computing, che distribuisce il carico computazionale riducendo la concentrazione geografica; il raffreddamento a liquido diretto, che riduce drasticamente il consumo idrico; la collocazione in zone con abbondanza di energia rinnovabile e clima freddo, come Scandinavia, Islanda e, con qualche ambizione, alcune regioni alpine. Microsoft, Google e Amazon hanno fatto promesse pubbliche sull'approvvigionamento di energia pulita, e alcune di esse sono credibili. La sfida è che la domanda computazionale cresce più velocemente di qualsiasi piano di decarbonizzazione.
Come avevamo esplorato nella nostro articolo sul blackout di Waymo, la dipendenza da infrastrutture digitali centralizzate crea fragilità sistemiche che vanno ben oltre il singolo impianto. Un data center che manda in crisi la rete elettrica locale, o che prosciuga una fonte d'acqua in una zona già arida, non è solo un problema ambientale: è un problema di sicurezza delle infrastrutture nel senso più ampio del termine.
La rivolta americana contro i data center dell'AI non è luddismo. È qualcosa di più preciso e, per certi versi, più difficile da gestire: è la domanda razionale di comunità che hanno capito di trovarsi nel punto di intersezione tra il futuro digitale e i suoi costi materiali. La risposta non può essere solo "costruiremo con energie rinnovabili" o "pagheremo le tasse locali". Deve includere una conversazione genuina su distribuzione dei benefici, partecipazione democratica alle decisioni infrastrutturali e standard ambientali vincolanti, non auto-imposti.
Altrimenti, quei 145 commenti sul Facebook di Springfield diventeranno 1.450, poi 14.500. E i 25 data center bloccati nel 2025 diventeranno un numero che nessun piano industriale riesce a compensare.