La guerra algoritmica. Fable 5 il dito, l'Europa la Luna

Il 12 giugno 2026 il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha inviato ad Anthropic una lettera che, nelle stanze del settore, ha circolato con la velocità delle notizie che fanno paura davvero: sospensione obbligatoria dei modelli Fable 5 e Mythos per ogni cittadino straniero, dentro o fuori dai confini americani. La motivazione ufficiale è la sicurezza nazionale. Gruppi legati a Pechino avrebbero ottenuto accesso a Mythos, la versione senza guardrail pensata per applicazioni di cybersicurezza, aggirando i sistemi di controllo dell'accesso. Una violazione seria, se confermata, non c'è dubbio. Ma fermarsi a questa notizia, come stanno facendo in molti, ossessionati dai nomi Fable 5 e Mythos come se fossero personaggi di una serie distopica, è come guardare il dito e non la luna.
La vera domanda non è se la Cina ha forzato i sistemi di Anthropic. La vera domanda è cosa ci racconta quel blocco di una partita molto più ampia, dove gli Stati Uniti spendono ventitre volte più della Cina per un vantaggio che si è ridotto al 2,7%, dove l'India sta investendo 1,25 miliardi di dollari in silenzio, e dove l'Europa rischia di pagare il conto di una guerra a cui non partecipa.
Quello che sta succedendo nel mondo dell'intelligenza artificiale non è un conflitto a due tra Washington e Pechino. È una scacchiera multipolare dove ogni mossa rivela chi ha sovranità tecnologica e chi, invece, la sovranità tecnologica la subisce. E noi europei, in questo momento, apparteniamo alla seconda categoria.
Staccare la spina
La lettera del Dipartimento del Commercio non è arrivata dal nulla. Anthropic aveva già operato una prima stretta nel settembre 2025, bloccando l'accesso alle organizzazioni controllate per oltre il 50% da entità cinesi, una mossa che all'epoca era stata descritta come la prima volta nella storia recente in cui una società americana di intelligenza artificiale limitava attivamente le vendite alla Cina. Un precedente significativo, ma che evidentemente non era bastato.
Il blocco di giugno 2026 è di tutt'altra portata: riguarda ogni cittadino straniero, senza distinzione di nazionalità, ovunque si trovi. Non è una misura chirurgica contro Pechino. È una nazionalizzazione de facto dell'accesso ai modelli di punta di Anthropic. La motivazione pubblica parla di accessi non autorizzati a Mythos, un sistema progettato per operare senza i consueti filtri di sicurezza in contesti specializzati di analisi delle vulnerabilità informatiche. Un sistema del genere, nelle mani sbagliate, sarebbe effettivamente uno strumento potente.
Quello che non è ancora chiaro è come sia avvenuta la violazione. L'ipotesi del jailbreak, cioè dell'accesso ottenuto aggirando le protezioni con tecniche di prompt engineering, è circolata, ma non è stata confermata ufficialmente. Quello che si sa è che Anthropic si era già rivolta a un tribunale federale di San Francisco nel marzo 2026 per contestare alcune decisioni governative sui propri modelli, segnalando una tensione preesistente tra la società e le autorità regolatorie. Si sa anche, secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, che la soffiata che ha accelerato il blocco potrebbe essere arrivata da ambienti vicini ad Amazon, che di Anthropic è il principale investitore istituzionale, con miliardi impegnati nell'operazione. Un dettaglio che trasforma questa vicenda da semplice questione di sicurezza a episodio di geopolitica corporativa.
La domanda alla quale nessuno ha ancora risposto in modo soddisfacente è questa: il blocco totale era davvero necessario, o era anche un segnale? Un messaggio indirizzato non solo alla Cina, ma a tutti i governi del mondo, su chi controlla l'accesso ai modelli più avanzati?
Pechino dice no a Meta
Se il blocco su Anthropic è la notizia del giorno, il caso Manus è la notizia del trimestre, e racconta la stessa storia da un'angolazione speculare. Ad aprile 2026 la Commissione nazionale cinese per lo sviluppo e la riforma ha ordinato il blocco dell'acquisizione da parte di Meta di Manus, una startup di intelligenza artificiale che si era presentata al mondo come la prima piattaforma di AI completamente autonoma. Il valore dell'operazione superava i due miliardi di dollari. Pechino ha detto no.
È la prima volta che la Cina utilizza in modo così esplicito le misure di controllo sugli investimenti esteri introdotte alla fine del 2020, uno strumento che era rimasto in gran parte inerte per anni e che ora viene agitato con decisione. La motivazione ufficiale è che l'acquisizione avrebbe comportato un trasferimento inaccettabile di tecnologie avanzate verso gli Stati Uniti. In altre parole: i modelli di Manus, sviluppati da ricercatori cinesi, non lasceranno la Cina. Non importa quanto sia grande l'assegno di Zuckerberg.
TechCrunch ha riportato che Meta si sta muovendo per sciogliere l'accordo dopo l'ordine di Pechino, una resa silenziosa che dice molto sul bilanciamento reale del potere. Ma il caso Manus non è isolato: la Cina sta costruendo una serie di barriere simmetriche a quelle americane. I ricercatori e i dirigenti delle principali aziende tech devono ora ottenere approvazione governativa prima di viaggiare all'estero. Le maggiori società di intelligenza artificiale cinesi, Moonshot AI, StepFun, ByteDance, devono segnalare al governo prima di accettare investimenti da fondi americani. E il cosiddetto "Singapore washing", cioè l'escamotage di spostare formalmente la sede legale in un paese neutro per aggirare le restrizioni, è stato esplicitamente chiuso.
L'ambasciatore cinese negli USA Xie Feng aveva detto con una certa chiarezza già nel giugno 2023: "Non siamo i primi a istigare, ma non ci tireremo indietro davanti alle provocazioni." Quella frase, all'epoca, sembrava diplomazia. Oggi sembra un calendario.
Il muro di mezzo
Per capire il caso Manus è necessario inserirlo in un quadro più ampio di politica regolatoria che entrambe le superpotenze stanno costruendo, mattone dopo mattone, da anni. L'amministrazione Biden aveva già dato al Tesoro americano il potere di vietare fusioni, operazioni di private equity e investimenti in capitale di rischio in società cinesi attive nell'intelligenza artificiale, nel computing quantistico e nei semiconduttori. A gennaio 2025 aveva introdotto la cosiddetta AI Diffusion Rule, una regolamentazione che imponeva restrizioni all'esportazione di chip Nvidia verso circa 120 paesi, con blocco totale per Cina, Russia, Iran e Corea del Nord.
Le due mosse, quella americana di restringere gli investimenti in entrata nella Cina tech, quella cinese di bloccare i talenti e le tecnologie in uscita, producono lo stesso risultato: un muro. Lo chiamano "decoupling", disaccoppiamento, ma la parola è fuorviante perché suggerisce una separazione ordinata e consensuale. Quello che sta succedendo è più simile a una separazione in regime di conflitto, dove entrambe le parti costruiscono recinti mentre dichiarano di volersi solo proteggere.
Il risultato pratico è che il mondo dell'intelligenza artificiale si sta frammentando in ecosistemi separati. Non ancora del tutto stagni, come dimostra il fatto che alcuni ricercatori continuano a spostarsi, ma sempre più differenziati nelle architetture, nei dati di addestramento, negli standard di sicurezza, nelle interfacce. È la balcanizzazione di internet applicata ai modelli linguistici, e va avanti da anni in modo abbastanza silenzioso da passare inosservata ai più.
Chip di carta, chip di silicio
C'è un fronte di questa guerra dove la posta in gioco è ancora più concreta, perché riguarda l'hardware fisico su cui gira l'intelligenza artificiale. Le sanzioni americane sui semiconduttori avanzati hanno tagliato alla Cina l'accesso ai chip Nvidia più potenti, quelli che servono per addestrare i modelli di frontiera. Era, nelle intenzioni di Washington, il punto di strozzatura definitivo: senza le GPU giuste, la Cina non può giocare alla stessa partita.
La Cina ha risposto su tre fronti.
Il primo è la tecnica del "chiplet": invece di produrre un singolo chip monolitico ad alte prestazioni, difficile senza le macchine litografiche olandesi di ASML, anch'esse soggette a restrizioni all'export, si assemblano insieme più chip meno avanzati, ottenendo un sistema che nel complesso raggiunge le prestazioni necessarie. È una soluzione ingegnosa, anche se non priva di limiti in termini di efficienza energetica e latenza.
Il secondo fronte è SMIC, il Semiconductor Manufacturing International Corporation, che ha dimostrato di saper produrre chip a processo 7 nanometri raggiungendo circa il 60% delle prestazioni dell'H100 di Nvidia, un risultato che i regolatori cinesi hanno valutato sufficiente per molte applicazioni pratiche di intelligenza artificiale. Tanto che nel settembre 2025 le autorità cinesi di Internet hanno ordinato alle aziende tecnologiche di interrompere gli acquisti di semiconduttori da Nvidia, sostituendoli con alternative domestiche prodotte da Huawei, Cambricon, Alibaba e Baidu. Una mossa che, nella narrativa di Pechino, è una risposta alle sanzioni americane, ma che nella pratica accelera la creazione di un ecosistema hardware completamente separato.
Il terzo fronte è il più speculativo ma anche il più interessante: il calcolo analogico. Ricercatori dell'Università di Pechino hanno presentato un chip basato su tecnologia RRAM, memoria resistiva ad accesso casuale, che nei test avrebbe mostrato prestazioni teoriche fino a mille volte superiori alle GPU digitali Nvidia H100 per certe categorie di calcolo. La notizia ha circolato sui media internazionali con toni tra l'entusiasmo e lo scetticismo. I chip analogici hanno limiti reali: sono difficili da programmare, sensibili al rumore, ancora lontani dalla versatilità delle GPU. Ma indicano una direzione di ricerca che Washington, concentrata sul paradigma digitale dominante, non sta necessariamente seguendo con la stessa intensità.
Il punto non è se la Cina ha già pareggiato o superato gli Stati Uniti nell'hardware. Il punto è che la certezza con cui Washington contava sul chip embargo come barriera invalicabile si è rivelata, almeno in parte, un'illusione.
Solo il 2,7%
Arriviamo ai numeri, perché in questa storia i numeri contano più delle dichiarazioni. L'AI Index Report 2026 di Stanford HAI, pubblicato ad aprile, certifica qualcosa che fino a tre anni fa sarebbe sembrato fantascienza: il gap di prestazioni tra i migliori modelli linguistici americani e cinesi è sceso al 2,7%.
Per dare la misura di quanto sia cambiato il panorama: nel maggio 2023, quando GPT-4 dominava le classifiche, il distacco nei punteggi Arena, il principale benchmark di valutazione dei modelli linguistici basato su giudizi umani comparativi, superava i 1.300 punti. A marzo 2026, Claude Opus 4.6 di Anthropic guida la classifica globale con un punteggio di 1.503, mentre Dola-Seed 2.0 di ByteDance segue a 1.464. Trentanove punti di differenza. Il 2,7%.
Gli Stati Uniti hanno prodotto 50 modelli di punta contro i 30 cinesi, e nel 2025 gli investimenti privati americani in AI hanno raggiunto 285,9 miliardi di dollari, ventitre volte i 12,4 miliardi cinesi. E tuttavia il gap si è ridotto quasi a zero. Come è possibile?
Stanford offre alcune risposte che vanno oltre la semplice narrativa "i cinesi copiano tutto". Le pubblicazioni cinesi in ambito AI raccolgono il 20,6% delle citazioni scientifiche globali, contro il 12,6% americano. Nella robotica industriale il rapporto è di nove a uno in favore della Cina: 295.000 installazioni annue contro 34.200. E c'è un dato che riguarda i talenti, forse il più inquietante per Washington: il flusso di ricercatori AI verso gli Stati Uniti si è ridotto dell'89% dal 2017, con un crollo dell'80% solo nell'ultimo anno. I ricercatori di DeepSeek analizzati nel rapporto sono stati quasi tutti formati in Cina, con circa il 25% che aveva studiato negli USA prima di tornare. Stanford parla di "trasferimento di conoscenza a senso unico".
Due esperti indipendenti, Rory Green di TS Lombard e Dominic Gorecky, sostengono che il primato cinese nell'AI applicata rispetto a USA ed Europa stia crescendo, non diminuendo. La distinzione è importante: la Cina non sta necessariamente vincendo nella corsa ai modelli linguistici di frontiera, quelli che puntano a replicare o superare le capacità cognitive umane in modo generalizzato, ma sta costruendo un vantaggio netto nell'AI industriale, nella robotica, nell'ottimizzazione manifatturiera. Settori dove l'impatto economico è misurabile e immediato, non una promessa futura.
Il 2,7% è un numero che dovrebbe far riflettere chiunque stia costruendo strategie geopolitiche, economiche o industriali sull'assunto che la supremazia tecnologica americana nell'AI sia un dato acquisito.

Il gigante "invisibile"
C'è un terzo attore in questa storia che i media occidentali tendono a ignorare, concentrati sul duello USA-Cina come fosse un film di cassetta con due soli protagonisti. Quell'attore è l'India, e sta facendo cose piuttosto notevoli.
Il governo indiano ha varato l'IndiaAI Mission con un budget di 1,25 miliardi di dollari, articolato su ricerca, applicazioni settoriali e formazione. A questo si aggiunge un programma di co-investimento pubblico-privato da 1,1 miliardi in deep tech e intelligenza artificiale. Non sono cifre comparabili agli USA, ma sono cifre reali, non annunci.
Il punto più concreto è l'infrastruttura di calcolo. L'India ha lanciato quello che i documenti governativi chiamano la "50.000 GPU ambition": nelle prime due tornate di gare pubbliche ha già ottenuto impegni per 34.000 GPU, con 18.000 già operative e le restanti attese nei due o tre mesi successivi. A dicembre 2025 il governo dichiarava 38.000 unità già attive. Le GPU vengono messe a disposizione di startup, ricercatori e università a prezzi sussidiati, 65 rupie per ora (circa 0,59€), una soglia pensata per permettere anche a piccole realtà accademiche di accedere a infrastrutture di calcolo che altrimenti sarebbero inaccessibili.
L'approccio indiano è quello che i suoi architetti definiscono "tecno-legale": un'integrazione esplicita tra diritto e tecnologia nella costruzione di una sovranità digitale che non dipenda né da Washington né da Pechino. Per New Delhi gli investimenti in AI non sono solo una questione industriale, sono uno strumento di autonomia strategica in un mondo che si sta frammentando.
Il quarto India AI Impact Summit, svoltosi nel febbraio 2026, è stato il primo ospitato nel Global South e ha presentato al mondo una visione articolata di come un paese con 1,44 miliardi di persone, una crescita rapidissima della connettività mobile e un bacino di talenti tech di dimensioni straordinarie intende competere nella nuova economia dell'intelligenza artificiale. L'Italia era presente con il ministro Urso, un dettaglio che dice qualcosa sull'interesse europeo per un'area spesso trascurata nei ragionamenti sulla geopolitica dell'AI.
L'India non vincerà la gara dei modelli linguistici di frontiera nel breve termine. Ma sta costruendo un'infrastruttura sovrana e un ecosistema di innovazione che potrebbero produrre effetti significativi nell'arco di cinque o dieci anni. Ignorarla, come fa la maggior parte del dibattito pubblico occidentale, è un errore di prospettiva.
Il conto europeo
Arriviamo alla parte scomoda. Quella che riguarda noi.
Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, non è nota per i toni apocalittici. Eppure tra novembre 2025 e febbraio 2026 ha moltiplicato gli avvertimenti sull'AI: l'Europa è in ritardo rispetto a Cina e USA, l'Europa ha già perso l'occasione di essere pioniera, l'Europa rischia di mettere in pericolo il proprio futuro rimanendo spettatrice. E poi, con la cautela strategica di chi vuole aprire una porta senza abbatterla: "L'Europa può vincere sull'AI con l'applicazione, non l'innovazione." Un'affermazione che è al tempo stesso un'apertura e una resa.
I numeri del report JRC 2025 sono impietosi: l'Unione Europea contribuisce al 7% delle attività globali di AI generativa. La Cina è al 60%, gli Stati Uniti al 12%. E sul fronte degli investimenti, le startup europee di intelligenza artificiale hanno raccolto meno di un decimo di quanto hanno raccolto quelle americane: meno di cinque miliardi di euro nel 2023 contro oltre cinquanta miliardi negli USA.
Ma c'è un aspetto della posizione europea che va oltre i ritardi di investimento e che riguarda la geometria stessa della dipendenza tecnologica. Quando a gennaio 2025 l'amministrazione Biden ha introdotto le restrizioni all'esportazione dei chip AI, il provvedimento ha diviso l'Europa in modo netto: 17 paesi membri si sono trovati soggetti a limitazioni, tra cui Polonia, Romania, Bulgaria, Ungheria, Repubblica Ceca. Gli altri 10, tra cui Italia, Francia, Germania, Irlanda e Paesi Bassi, rientrano nel gruppo ristretto delle 18 nazioni considerate alleate strette, che possono acquistare chip AI senza limitazioni.
La divisione è geograficamente eloquente: separa grosso modo l'Europa occidentale da quella orientale, i paesi dell'ex blocco NATO "storico" da quelli entrati nell'Unione più di recente. È Washington che decide quali paesi europei hanno accesso alla tecnologia strategica e in quale misura. La Commissione Europea ha reagito con una dichiarazione congiunta del Vicepresidente Virkkunen e del Commissario Šefčovič: "Crediamo che sia nell'interesse economico e di sicurezza degli Stati Uniti che l'UE possa acquistare chip AI senza limitazioni." Una frase che, nella sua cortesia diplomatica, contiene una verità brutale: l'Europa sta chiedendo il permesso.
Il Parlamento europeo ha usato parole più dure, descrivendo le restrizioni americane come "una sfida diretta alla resilienza economica e alla sovranità tecnologica dell'Europa." Ma sfidare e reagire sono due cose diverse. La risposta europea è arrivata principalmente sotto forma di regolamentazione: l'AI Regulation V2, finalizzata a gennaio 2026, introduce una classificazione dei sistemi in "high-risk", "medium-risk" e "low-risk", un obbligo di audit indipendente per i modelli più rischiosi, e un European AI Trust Fund da 10 miliardi di euro per sostenere le startup del Nord-Europa. Una risposta di sistema, certamente, ma che arriva con anni di ritardo rispetto allo sviluppo del mercato e che non affronta il problema strutturale: l'Europa non ha modelli linguistici di frontiera propri, non ha un ecosistema di chip domestico competitivo, non ha investito come avrebbe dovuto quando il momento era giusto.
Il CEO di Sipearl, la società francese che produce il processore europeo Rhea, ha sintetizzato il problema con una lucidità che non lascia spazio all'ottimismo di facciata: le restrizioni americane sui chip sono "un ulteriore campanello d'allarme" per un'Europa che deve ridurre la propria dipendenza dai fornitori statunitensi. Ma ridurre quella dipendenza richiede investimenti, tempo, e una capacità di coordinamento industriale che il continente ha dimostrato raramente.
Il punto non è che l'Europa stia sbagliando tutto. L'approccio regolatorio è serio, la cultura della tutela dei dati personali è un asset reale in un mondo dove la fiducia negli algoritmi sta diventando un fattore competitivo, e alcune realtà industriali europee nell'AI applicata, dalla sanità all'automotive, dall'agricoltura di precisione alle reti energetiche, sono genuinamente competitive. Ma c'è una differenza sostanziale tra competere in nicchie di applicazione e partecipare alla costruzione dell'infrastruttura cognitiva globale. E oggi, su quel secondo piano, l'Europa è assente.
Frammentazione pragmatica
Dove porta tutto questo? Non verso una nuova Guerra Fredda nel senso classico del termine, con due blocchi rigidi e contrapposti che si guardano in cagnesco attraverso una cortina digitale. Il mondo che sta emergendo è più complicato e, in un certo senso, più instabile.
La categoria che meglio descrive il 2026 è quella della "frammentazione pragmatica": un ordine internazionale composto da attori multipli che si aggregano e disaggregano per interessi concreti, accesso a risorse critiche, controllo degli standard tecnologici, sovranità energetica, piuttosto che per blocchi ideologici rigidi. La Cina blocca Manus ma commercia con l'Europa. Gli USA limitano i chip ma mantengono rapporti con i paesi del Golfo che investono in startup di Silicon Valley. L'India corteggia sia Washington che Mosca senza sposarsi con nessuno. Le linee sono sfumate, le alleanze sono situazionali.
In questo scenario, le variabili decisive saranno poche ma cruciali. La prima è il grado di coordinamento transatlantico: se USA ed Europa riusciranno a costruire standard comuni su sicurezza dei modelli, governance dei dati e controllo degli investimenti, l'Occidente mantiene una posizione negoziale rilevante. Se continueranno a procedere separatamente, con Bruxelles che regola e Washington che agisce, la frammentazione avvantaggia chiunque sappia giocare tra le crepe.
La seconda è la velocità con cui la Cina risolverà il nodo dell'hardware. Se il chip embargo americano produce effetti duraturi sul ritmo di sviluppo dei modelli cinesi di frontiera, il 2,7% potrebbe stabilizzarsi o allargarsi di nuovo. Se le alternative domestiche, il calcolo analogico, i chiplet, le GPU Huawei, si rivelano sufficienti per mantenere il passo, quel gap potrebbe chiudersi del tutto nei prossimi due anni.
La terza variabile è l'India. Un paese con il bacino di talenti, la crescita demografica e gli investimenti infrastrutturali dell'India che decida di giocare in proprio, né con Washington né con Pechino ma come terzo polo, potrebbe cambiare le geometrie del settore in modi che oggi è difficile anticipare.
Per l'Europa, la domanda scomoda ma necessaria è questa: la sovranità tecnologica è ancora possibile, o il momento è già passato? Non è una domanda retorica. Ci sono angolature dalle quali la risposta è "ancora possibile, ma il tempo stringe", e angolature dalle quali la risposta è "siamo già in ritardo irrimediabile". La verità è probabilmente nel mezzo, il che è un'altra maniera per dire che dipende dalle scelte che si faranno nei prossimi anni, o forse mesi.
Il blocco dei modelli Anthropic non è la notizia. La notizia è che viviamo in un mondo dove un governo può ordinare a un'azienda privata di spegnere l'accesso ai propri strumenti per ogni cittadino straniero sul pianeta, e che quell'azienda, dopo aver tentato di resistere legalmente, probabilmente obbedirà. La notizia è che la Cina può bloccare un'acquisizione da due miliardi di Meta con un ordine amministrativo, e che Meta si adegua senza fare rumore. La notizia è che l'India sta costruendo in silenzio quello che l'Europa discute in commissione.
La notizia, alla fine, è che la guerra algoritmica non è un'iperbole giornalistica. È la struttura del mondo che stiamo abitando. E vale la pena capire da che parte del confine ci troviamo.